Raumplan

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ADOLF LOOS, ARCHITETTO AUSTRIACO, NONCHè PRECURSORE DELL’ARCHITETTURA MODERNA, VIENE RICORDATO PER LA SUA SEMPLICITà DELLE FORME ELIMINANDO L’ORNAMENTO DALL’OGGETTO D’USO. TRA LE SUE PRIME OPERE IMPORTANTI è FONDAMENTALE COLLOCARE LA “VILLA STEINER” REALIZZATA A VIENNA NEL 1910. E’ IN QUESTI CASI CHE L’ARCHITETTO INVENTA IL BIZZARRO CRITERIO DEL “RAUMPLAN” UN’IDEA SPAZIALE IN CUI GLI AMBIENTI DI UNA STRUTTURA HANNO DIFFERENTI ALTEZZE IN BASE ALLA FUNZIONE E ALLE DIMENSIONI.CIO’ COMPORTA UN INCASTO VOLUMETRICO CARATTERIZZATO DA DISLIVELLI CHE FANNO DELL’ABITAZIONE UNA STRUTTURA DIFFERENTE DA QUELLA FINO A QUEL MOMENTO IMMAGINATA. lE CORBUSIER SUCCESSIVAMENTE SI SERVE DI QUESTA TECNICA PER LA REALIZZAZIONE DI MOLTE SUE CELEBERRIME ARCHITETTURE.http://freepages.genealogy.rootsweb.ancestry.com/~prohel/pictures/Misc-17/Adolf_Loos.jpg

Arte e anima

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« Sì, qui in ospedale, in Danimarca, adesso sto benino. Penso che presto potrò tornare a casa, e ricominciare pian pianino i miei giretti lungo il corridoio, tra la pendola e il letto, tra la poltrona e la veranda. Forse potrò riprendere anche a dipingere: senza fretta, senza ansia, una pennellata dopo l’altra. Sì, le ultime crisi sono state proprio brutte. mi pareva di soffocare, il mondo mi girava intorno, quasi non riuscivo a stare in piedi: però ora va meglio, riesco a calmarmi, a guardarmi indietro, a ricordare, qualche volta a rivivere quelle emozioni… Siete mai stati in Norvegia? Lo sapete cosa vuol dire stare sul margine estremo, al Nord dell’Europa? Oh, certo, magari qualcuno di voi è venuto in vacanza, nella bella stagione, nelle lunghissime sere di giugno. Lo so benissimo, ci sono addirittura delle navi da crociera, piene di luci, con tanto di cabine di lusso, che percorrono i fiordi e approdano al porto della mia città, Oslo. Giorni magnifici, non discuto: i turisti sono entusiasti, guardano i fiordi, il sole di mezzanotte, il verde scintillante che scende fino al mare. Ma bisogna coglierli al volo: passano in fretta. Poi,

le nuvole, la pioggia, il freddo,

l’orizzonte che si fa grigio,      

la solitudine.

Per me, cala l’angoscia. Ho il terrore di rimanere solo. Voi che venite in Norvegia d’estate dite che qui si sta bene, ma io da bambino, a soli cinque anni, ho visto morire mia madre di tubercolosi, poi mia sorella Sofia, quindi, improvvisamente, anche mio padre. Io stesso ho sempre avuto una salute fragile (lo ammetto: col tempo, la vodka e l’acquavite non mi hanno aiutato!), stretto da un’educazione puritana e moralista e le notti del grande Nord, gelido e inospitale. La pittura mi ha aiutato a guardare dentro me stesso, a trasmettere sentimenti ed emozioni […]. Ho letto i testi dei filosofi della Scandinavia e ho sentito parlare delle teorie sulla psiche umana sviluppate dal dottor Freud, a Vienna. Io avverto un profondo senso di malessere, che non saprei descrivere a parole, ma che invece so benissimo dipingere. […] Mi ricordo benissimo, era l’estate del 1893. Una serata piacevole, con il bel tempo, insieme a due amici all’ora del tramonto. […] Cosa mai avrebbe potuto succedere? Il sole stava calando sul fiordo, le nuvole erano color rosso sangue. Improvvisamente, ho sentito un urlo che attraversava la natura. Un grido forte, terribile, acuto, che mi è entrato in testa, come una frustata. D’improvviso l’atmosfera serena si è fatta angosciante, simile a una stretta soffocante: tutti i colori del cielo mi sono sembrati stravolti, irreali, violentissimi. […] Anch’io mi sono messo a gridare, tappandomi le orecchie, e mi sono sentito un pupazzo, fatto solo di occhi e di bocca, senza corpo, senza peso, senza volontà, se non quella di urlare, urlare, urlare… Ma nessuno mi stava ascoltando: ho capito che dovevo gridare attraverso la pittura, e allora ho dipinto le nuvole come se fossero cariche di sangue, ho fatto urlare i colori. Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io. […] L’intera scena sembra irreale, ma vorrei farvi capire come ho vissuto quei momenti. […] Attraverso, l’arte cerco di vedere chiaro nella mia relazione con il mondo, e se possibile aiutare anche chi osserva le mie opere a capirle, a guardarsi dentro. »

Il primo grattacielo a Chicago.

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c h i c a g ochicago-poetry-calendar

A metà del XVIII secolo, la zona dove ora sorge Chicago era abitata dalla tribù Potawatomi, e furono loro a chiamare la zona intorno alla foce del Chicago River con il nome di “Checagou”, che significa “cipolla selvatica”.La zona fu chiamata così a causa dell’odore portato dalle cipolle selvatiche wild leeks, frequenti attorno agli acquitrini che ricoprivano l’odierna area urbana.Nel 1795, dopo la Guerra della Confederazione Wabash, a seguito del Trattato di Greenville la zona di Chicago fu ceduta dai nativi al governo degli Stati Uniti, che vi creò un forte, Fort Dearborn.Il 12 agosto 1833, venne creata la municipalità di Chicago, con una popolazione di 350 abitanti. I primi confini della città furono le strade Kinzie, Desplaines, Madison e State, all’interno delle quali era incluso un territorio di circa 1 km².L’apertura della prima acciaieria nel 1857 richiamò un’ondata di immigrati, che trovarono lavoro nell’industria e nelle ferrovie e nel 1865 l’apertura dei mattatoi determinò un afflusso ancora maggiore di nuovi arrivati. Tra l’8 e il 10 ottobre 1871 la città fu quasi completamente distrutta dal Grande incendio di Chicago. Il disastro divenne un’opportunità per far piazza pulita di vaste aree occupate da abitazioni cadenti e malsane e di creare uno spazio per moderne strutture industriali e commerciali. Nella ricostruzione che seguì, venne costruito in città il primo grattacielo della storia, l’Home Insurance Building, successivamente demolito.

Anche l’architettura d’autore può fallire.

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Non sempre la realtà corrisponde alle aspettative, questa è la situazione di un noto centro commerciale delle nostre zone, sito in Nola, opera tanto attesa di Renzo Piano. La struttura crea un grande interesse con il suo aspetto poco invadente e del tutto adattato all’ambiente senza creare grandissimi impatti visivi. Una struttura organica che tende ad estendersi come un vero e proprio vulcano come il famoso Vesuvio napoletano che si erge alle spalle della struttura. Un’idea innovativa come del resto ci si aspettava da un architetto come Piano. Ma l’interno ha lasciato spazio a numerose critiche. Uno spazio dispersivo e freddo, niente di artistico a mio parere. L’aria cupa all’interno è data anche dalla scarsa luminosità di alcune zone del centro commerciale e l’aspetto poco accogliente è dato dagli enormi pilastri gialli dati per abbellire e sorreggere la struttura che però danno al tutto un aspetto quasi “industriale”. Probabilmente anche l’architettura d’autore può fallire!